La Fondazione in occasione dei 90 anni di Giorgio Griffa presenta Summer 69, mostra che riporta a un episodio unico e determinante per il suo percorso d'artista, nell'estate del 1969.
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Linee, segmenti e tacche. Orizzontale, verticale, obliquo. Impronte di spugna, di pollice, di pennello. Olio per l’ultima volta; e poi acrilico e pastello. Colore steso con i pennelli, ma anche con la spatola o il dito pollice, su tele grezze, libere o liberate dal telaio. Segni primari.
Il ritmo e il gesto millenario di stendere e ripiegare la tela. Poi, nel sole d’agosto, un guizzo che sa di gioco, di scherzo. Sguardo beffardo, sigaretta in bocca e pennelli infilati nella cinta come pistole. Sorriso e movimenti da fauno: danza sciamanica in cui il pittore diventa tutt’uno con gli strumenti della pittura.
Summer 69. Un momento intimo e magico, come la Torino di quegli anni, immortalato negli scatti di Paolo Mussat Sartor. Giorgio Griffa calca i nuovi spazi della Galleria Sperone, non ancora aperta al pubblico. Raccoglie i frutti e l’energia della ricerca – maturata negli anni ’60 – per trovare la “sua” inconfondibile pittura di segni che “appartengono alla mano di tutti”.
Un’energia che arriva fino a oggi e attraversa tutte le tele in mostra: da linee e tacche dei 12 lavori storici, a segni e campi di colore sulle 8 tele dei primi mesi del 2026 davanti a cui si sono ritrovati Giorgio e Paolo per un paio di nuovi scatti, 57 anni dopo.
(gc)
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La mostra fa parte di una serie di iniziative promosse dalla Fondazione Giorgio Griffa, insieme a importanti istituzioni nazionali e internazionali (tra cui a Torino il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e la Galleria d’Arte Moderna), per celebrare l’opera del maestro in occasione del suo novantesimo compleanno.
Tre voci per Summer 69
«Nel 1969 avevo 33 anni, a chi mi chiedeva il perché dei segni che tracciavo rispondevo: “mi sembra meglio lasciar spazio ai 30.000 anni di memoria della pittura, che ai 30 anni della mia”. Quella prassi silenziosa, sacrale, di fissare uno dopo l’altro i segni sulla tela senza dare a essi un significato costituiva pur sempre un modo di raccontare il mondo, la memoria del rapporto dell’uomo con il noto e l’ignoto, ciò che hanno raccontato le arti di tutti i tempi e di tutti i popoli».
(Giorgio Griffa)
«Ricordo tutto perfettamente di quei giorni del ‘69: la luce forte di agosto, il senso di leggerezza, i movimenti di Giorgio e di una pittura che si libera dagli schemi, la sensazione precisa che stesse accadendo qualcosa di unico, di speciale e il desiderio di fissarne l’energia in una serie di scatti».
(Paolo Mussat Sartor)
«Nel 1969 ho conosciuto Giorgio Griffa, che da subito mi è parso da inquadrare e promuovere: un “io diviso” tra razionalità e voglia di spingere la pittura su terreni scivolosi e mai praticati prima. Le foto scattate da Mussat rappresentano plasticamente una dicotomia: Arte come pratica progettuale di rottura e volontà di rimanere immersi nelle dolcezze della pittura».
(Gian Enzo Sperone)