Edizione

I colori dell’Exultet

Editore: Colophon, Belluno
Dimensioni: 200 x 50 cm (circa)
Tiratura: 40 copie / 30 in numeri arabi + X in numeri romani
Supporto: tela bandera
Tecnica: colori acrilici
Anno: 2024

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Nel 2024 Giorgio Griffa è stato chiamato a illustrare un rotolo dell’Exultet , rinnovando una tradizione antica della chiesa – soprattutto dell'Italia meridionale – in chiave contemporanea. 
Una porzione di tela bandera lunga circa 220 cm e larga circa 50, stampata con testo e melodia integrale della liturgia pasquale in lingua italiana, accoglie “un’esultanza” di linee e segni, con toni di rosa, rosso, azzurro, verde, viola e oro che cantano ai lati dello spartito.

Scrive Don Giacomo Cardinali, filologo e paleografo, Aiuto-Scriptor presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, rispetto al rotolo di Griffa: «Il suo Exultet brilla di colori freschi e delicati. Ancora avvolti di rugiada. È come il risultato dell'impressione dei riverberi di un prisma attraversato dalla luce. Danzano intrise di umidità alcune chiazze di colore, che hanno la forza lucida e fragile delle gemme di primavera. Una Pasqua per niente roboante, ma piuttosto tenera e carica di promesse. Festosa, ma lieve».

Proprio la luce sembra essere alla base di un connubio così riuscito. La luce che vince il buio della notte e le tenebre della morte nella Veglia Pasquale, così come la luce che rinnova l’alchimia magica del rapporto con i colori ad acqua tipici della tradizione dell’affresco italiano, che Giorgio Griffa ha scelto fin dall’inizio del suo percorso personale di pittura. Una scelta che qui è ulteriormente potenziata dal rapporto del colore con la trama e la fibra naturale della tela bandera, amata da Griffa proprio per la sua eccezionale capacità di assorbimento e restituzione di luce e trasparenze degli acrilici ad acqua.

 

Qualche nota storica

L’Exultet è una solenne proclamazione del mistero della Pasqua, tradizionalmente cantata dal diacono davanti al cero pasquale acceso la Veglia di Pasqua. Ancora oggi è previsto dal Missale Romanum e risuona nelle Veglie pasquali presiedute dai papi in San Pietro.
Il testo della preghiera nasce probabilmente in ambiente romano o italo-gallico intorno al V secolo, mentre la musica è un canto sillabico con ampie fioriture legato al repertorio gregoriano, che vanta però alcune significative varianti locali, soprattutto nell’Italia del sud dove è nata la tradizione dei rotoli.

I primi rotoli dell’Exultet, infatti, sono databili intorno al X secolo e provengono - come anche i successivi - quasi esclusivamente dalle regioni Campania e Puglia (Benevento, Montecassino, Gaeta, Capua, Bari, Salerno, ecc…). Vengono realizzati solitamente su pergamena animale, come il bellissimo rotolo cassinese Barberini del XI secolo riccamente miniato, di cui è stata eccezionalmente esposta una porzione in occasione della presentazione dell’Exultet di Giorgio Griffa, il 21 marzo 2024 presso il monumentale Salone Sistino della Biblioteca Apostolica Vaticana.

I rotoli tradizionalmente contengono diversi elementi: il testo latino dell’Exultet, la notazione neumatica del canto e una serie di miniature dipinte di norma “al contrario” rispetto al testo. Il diacono, infatti, era solito srotolare l’Exultet mentre lo leggeva oltre il bordo del pulpito lasciandolo cadere rovesciato verso il basso, e le miniature risultavano quindi “diritte” per i fedeli che potevano lasciarsi ispirare e seguire per immagini il canto. Le scene illustravano sia temi ed episodi contenuti nel testo, ma anche allegorie, simboli e virtù, e talvolta ritratti di papi e sovrani.

Il ruolo speciale del rotolo dell’Exultet nella liturgia dell’Italia meridionale nasce dall’incrocio di funzione rituale, forma materiale, tradizione musicale e cultura visiva. Il rotolo ha infatti carattere “performativo”: è un oggetto da muovere, srotolare, mostrare al pubblico, nato e pensato per essere utilizzato in azione. Ha valenze simboliche e teologiche: la sapienza in immagini che cala solennemente dall’alto. Dialoga inoltre con l’architettura: trasforma l’ambone in una sorta di palcoscenico liturgico. E infine, unisce almeno tre tradizioni: la scrittura beneventana (longobarda), la miniatura con influssi bizantini, e il testo e rito romano. È quindi “un unicum” capace di unire canto, immagine, gesto, architettura e rito.

(g.c.)