Giorgio Griffa, Linee orizzontali, 1974, 119 x 285 cm, acrilico su tela - dettaglio
Giorgio Griffa, Linee orizzontali, 1974, 119 x 285 cm, acrilico su tela - dettaglio
In occasione della notte degli archivi, la Fondazione Giorgio Griffa propone una speciale visita tematica guidata alla mostra Summer 69, per mettere in evidenza una profonda relazione tra il lavoro di Giorgio Griffa e il tema dell’edizione 2026 di Archivissima: “quello che non c’è”.
C’è un momento, nella pittura di Griffa, in cui il gesto si interrompe. Non per esaurimento, ma perché la pittura lo richiede e per una scelta originaria del pittore. Scelta di non mettere quel «punto finale che la collocherebbe nel passato», applicando alla pittura una consapevolezza che arriva dall’Oriente: «se ti fermi, la realtà è già andata avanti». Un pensiero che, come Griffa stesso racconta, arriva dalle letture dei primi testi tradotti della tradizione zen. La pittura allora si ferma prima di aver occupato tutto lo spazio della tela, per lasciarla in parte nuda, aperta, disponibile. Per suggerire che il gesto continua, altrove, su un’altra tela, sempre nel presente cui la pittura appartiene.
Il “non finito” è un coerente denominatore comune dell’opera di Giorgio Griffa che, come si può notare passeggiando tra le opere esposte in Summer 69, è presente fin dalle prime tele della fine degli anni ’60 e arriva ai lavori di oggi. La porzione non dipinta è una soglia che mette in relazione l’identità, la trama, il filato della tela con gli altri elementi della pittura, ne rivela la varietà e le possibilità. È proprio in questi spazi sospesi, che la pittura respira, e sui loro confini che maggiormente si rivela quella “intelligenza della materia” al lavoro, che avvicina Griffa e ai suoi compagni di viaggio dell'Arte Povera.
Come nella musica, dove il silenzio non è assenza ma parte integrante del suono, anche qui il ritmo nasce dall’intervallo: è in questa tensione tra il più e il meno che i segni trovano il loro equilibrio. Non saturano o lo spazio, lo lasciano risuonare. Come le note sul pentragramma o le impronte sulla terra, i segni danno ritmo allo spazio della tela e costruiscono un campo di relazioni — tra forme, campi, distanze, ripetizioni e variazioni — in cui ogni elemento esiste nel suo rapporto con gli altri. Anche lo sguardo e la memoria di chi osserva ne fanno parte: giocano, immaginano, compongono, associano, mettono il tutto in moto.
La visita, curata e condotta da Chiara Pipino e Giulio Caresio, è un invito a entrare a far parte di questo campo di relazioni. A rallentare. A sostare dove il segno si interrompe. A spogliarsi di posizioni preconcette e riconoscere che ciò che non è dipinto non è vuoto, ma possibilità. Per scoprire che è proprio lì, in “quello che non c’è”, che la pittura in parte si rivela e continua.
Il percorso si articola in 5 momenti chiave: